Aquila Cilena – Geranoaetus melanoleucus

Ordine:
Falconiformes
Famiglia:
Accipitridae
Inglese:
Black-chested Buzzard-Eagle
Scientifico:
Geranoaetus melanoleucus
Ceco: káně orlí, Tedesco:
Agula ,danese: Andesvåge, Spagnolo: Águila Mora, Finlandese: marsuhaukka, Francese: Buse aguia, Italiano: Poiana-aquila pettonero, Giapponese: haiirooonosuri, giapponese: ワシノスリ,Olandese: Grijze Arendbuizerd, Norvegese: Høvdingvåk, Polacco: aguja, Portoghese: Aguia-chilena, Portoghese (Brasile): Águia-chilena, Russo: Чилийский сарыч, Slovacco: myšiak aguja, Svedese: Svartbröstad vråkörn, Mandarino: 鵟雕
L’aquila poiana petto nero (Geranoaetus melanoleucus) è un uccello rapace della famiglia degli Accipitridae. Essa vive in Sud America. Questa specie è nota anche come aquila poiana nera, aquila poiana grigia o per analogia con “aquila” o “aquila-poiana” in sostituzione di “poiana, l’aquila”, o come la cilena aquila blu. Con una lunghezza totale di circa 62-80 cm e di peso di circa 2 kg, l’aquila poiana petto nero è un enorme aquila di tipo “poiana” ( “falco” nella terminologia americana). E’ piuttosto lunga e ha una apertura alare di circa 175-200 cm, leggermente affusolata con la coda breve rispetto al corpo, colorato di nero, con punte di grigio in un fresco piumaggio. L’adulto ha un fondo bianco, a volte con sottili strisce nerastre; le sue parti superiori sono di colore grigio scuro con tonalità di nero, marrone o bluastro. Le piume del collo e le più basse scuro piume del petto sono un po’ allungate. Gli adulti hanno un colore grigio cenere e bianco nella zona delle ali, il bianco argenteo si vede chiaramente da lontano. La femmina si distingue per un colore rossastro cannella ed è notevolmente più grande del maschio. Non è molto vocale, vocalizza di solito quando è in volo e quando è vicino al nido. Alcuni suoni assomigliano ad un selvaggio ridere umano, altri sono un chiurlo simile a un fischio. Ci sono due sottospecie dell”aquila poiana petto nero, il Geranoaetus melanoleucus melanoleucos (vieillot, 1819) che vive nel sud est del sud
America, dal sud est del Brasile (Alagoas, Rio de Janeiro, e gli Stati di São Paulo), all Paraguay, l’Uruguay, e il nord est dell’Argentina. Il Geranoaetus melanoleucus australis (Swann, 1922) vive nelle Ande dal nord ovesf del Venezuela (Mérida) alla Colombia (Cordigliera Centrale, a volte nella Cordillera Occidental, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina e ovest della Terra del Fuoco. Pur se non aggressivo, in circostanze normali, l’aquila poiana petto nero attacca ferocemente gli uomini se considera la sua prole minacciata. Costruisce il suo nido negli alti alberi o sulle pareti rocciose, o se questi non sono disponibili su piante ad alto fusto o addirittura sui cactus. Se non sono disponibili questi, può fare il nido nei cespugli o anche sul terreno. In Ecuador, la nidificazione può essere osservata durante tutto l’anno, mentre negli altri paesi potrebbe essere limitata a stagioni ma le informazioni sono scarse e un po’ contraddittorie. Il nido è una enorme massa di rami di circa 85 cm di diametro. Il maschio e la femmina si impegnano nel corteggiamento in volo, e copulano per un lungo periodo di alcune settimane. Poco si sa sulla reale nidificazione; il nido contiene di solito, da 1 a 3 uova che sono incubate per circa un mese. Grazie alla sua vasta gamma è considerata una delle specie con meno preoccupazione da parte della IUCN. Ormai è rara e in declino in alcuni luoghi, come ad esempio nel Rio Grande do Sul e Santa Catarina, stati del Brasile, o in parti dell’Argentina. Il declino in Argentina viene attribuito ad avvelenamento da stricnina, le esche impiegate dagli allevatori di ovini nel cercare di debellare i parassiti.
Viene utilizzato in falconeria soprattutto per la caccia di conigli, lepri e volpi. E’ un animale molto simile al falco di harris, ha un carattere placido e sociale. Può essere volata insieme ad altre aquile della sua specie. Si stanno avendo i primi successi riproduttivi in cattività con soggetti provenienti dal sud America. Sta avendo grande sviluppo in Spagna e speriamo di vederne presto qualcuna in Italia!
Federico Lavanche
Come scongelare la carne per i rapaci
Poichè abbiamo a che fare con animali carnivori, un buon falconiere dovrebbe sapere che tipo di carne scegliere per alimentare il proprio rapace e anche come scongelarla correttamente.La carne mal scongelata può sviluppare una serie di batteri tossici per il falco che può portare anche alla sua morte. Generalmente, maggiore è la quantità di cibo contaminato ingerita , maggiore è la possibilità di manifestare la malattia (anche se, per alcune intossicazioni, quali il botulismo, è sufficiente ingerire piccolissime parti di alimento). Esistono delle condizioni nelle quali si sviluppano più facilmente i microrganismi , vanno quindi tenuti sotto controllo i seguenti parametri:
Temperatura:
Alla temperatura di congelamento (-18°C), i microbi non muoiono , restano, per così dire, “in letargo” senza riprodursi. In queste condizioni il rischio legato alla proliferazione batterica è bassissimo, quasi nullo.
In regime di temperatura refrigerata (tra 0 e +4°C) la maggior parte dei microbi si trova in una fase di pausa , solo alcuni ceppi possono riprodursi, anche se molto lentamente a queste temperature mentre alcuni ceppi possono tendere ad una lenta riduzione del numero di cellule vitali.
A temperatura ambiente , sopra il regime refrigerato e fino a 45°C e in qualche caso anche a temperature superiori, la maggior parte degli stipiti batterici cresce benissimo, soprattutto i patogeni che in queste condizioni possono produrre le loro micidiali tossine .
A regimi di temperatura crescente da 45 a 65°C e oltre vengono gradualmente resi incapaci di dividersi e poi, ad un ulteriore crescita della temperatura , vengono uccisi i batteri , anche quelli potenzialmente patogeni, quelli cioè che possono causare delle malattie.
Purtroppo le loro tossine resistono a queste temperature e possono provocare intossicazioni anche dopo che i batteri siano stati eliminati.
Durante le operazioni di cottura con temperature superiori a 100°C normalmente resistono solo le spore di alcuni batteri e muffe e alcune tossine termoresistenti, mentre tutti i stipiti microbici muoiono rapidamente a queste temperature.
Quindi nell’intervallo tra i 4°C e i 65°C abbiamo un aumento del rischio microbiologico in quanto è un ambito nel quale avviene la proliferazione microbica con possibile produzione delle relative tossine.
In questo intervallo esiste un optimum per le crescite batteriche, (20/45°C) che deve essere assolutamente evitato in quanto in queste condizioni la velocità di crescita specialmente degli stipiti potenzialmente patogeni diviene vertiginosa e in poche ore viene gravemente compromessa la salubrità degli alimenti.
Come scongelare il cibo?
- Il primo metodo, quello più consigliato, è di scongelare direttamente in frigorifero. Lo svantaggio è che il processo è parecchio lungo ma la carne non arriva mai al punto da iniziare la proliferazione batterica.
- Il secondo metodo è di utilizzare un contenitore abbastanza grande da contenere molta acqua fredda e di immergerci la carne direttamente.
- Il terzo metodo è di utilizzare un buon microonde con la funzione scongelo.
- Il quarto ed ultimo metodo è haimè quello più utilizzato ma il meno consigliato dei precedenti cioè lo scongelamento a temperatura ambiente tirando fuori dal freezer la carne alla sera per poi darla l’indomani….
E’ proprio sull’indomani che dobbiamo riflettere… Se l’indomani mattina troviamo la carne che si è scongelata ed è ancora fredda abbiamo ancora la sicurezza di dare da mangiare ai falchi cibo di buona qualità ma se gli diamo da mangiare al pomeriggio inoltrato… la carne sarà di certo a temperatura ambiente e, da diverse ore è avvenuta la proliferazione batterica… In questo modo siamo praticamente certi di dare da mangiare carne contaminata da tossine che accumulandosi all’interno dell’animale, ne possono provocare malattie, intossicazione e addirittura la morte.
Fate molta attenzione quindi, ne va della salute dei vostri protetti!
Federico Lavanche
Dante Alighieri e la Falconeria
Dante Alighieri dedica al falcone e alla falconeria cinque precisi riferimenti
Come ‘l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere ‘Ohmè, tu cali!’,
discende lasso onde si move snello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
(INFERNO – CANTO DECIMOSETTIMO vv. 127 e segg.)
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Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
non potero avanzar: quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
non altrimenti l’anitra di botto,
quando ‘l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna su crucciato e rotto.
(INFERNO – CANTO VENTESIMOSECONDO vv. 127 e segg.)
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Bastiti, e batti a terra le calcagne:
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne”.
Quale il falcon, che prima a’ piè si mira,
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira;
(PURGATORIO – CANTO DECIMONONO vv. 61 e segg.)
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Cosí per Carlo Magno e per Orlando
due ne seguí lo mio attento sguardo,
com’occhio segue suo falcon volando.
Poscia trasse Guiglielmo, e Renoardo,
e ‘l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
(PARADISO – CANTO DECIMOTTAVO vv. 43 e segg.)
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Sapete come attento io m’apparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m’è digiun cotanto vecchio”.
Quasi falcone ch’esce del cappello,
move la testa e con l’ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
(PARADISO – CANTO DECIMONONO vv. 31 e segg.)
Nostalgia della Falconeria degli anni ’90

Foto: Antonio Centamore
Il primo falconiere che conobbi fu Roberto Mazzetti nel 1992 che, dopo non poche insistenze da parte mia… mi invitò ad una cacciata nei d’intorni di Settimo Milanese. Li conobbi anche Antonio Leone che mi diede il numero di telefono di un altro grandissimo falconiere: Paolo Caprioglio che abitava non lontano da casa mia. Ebbe tanta pazienza con un ragazzo appassionatissimo, che lo bombardava di domande, che non vedeva l’ora di iniziare, di confrontarsi, di imparare, di leggere tutto ciò che trattava l’argomento Falconeria. Mi portò con lui a volare, mi prestò i suoi libri, le sue vhs, mi dedicò il suo tempo e le sue conoscenze. Andammo a caccia di cornacchie con “Milli” un falco sacro di 20 anni che volava bene ma ci vedeva poco Lui mi presentò Amedeo Traverso con il quale condivisi da subito l’amore per l’astore (mi presentò il suo primo astore, “Pina”), Andrea Brusa dello Yarak club di falconeria nato pochi anni prima. Fu lo Yarak che mi procurò la mia prima femmina di astore e il primo vero manuale di falconeria tradotto dalla associazione.
Erano anni da sogno, anni in cui la fantasia di un ragazzo di vent’anni volava alta come un Pellegrino! C’erano i primi tentativi di riproduzione in cattività. Ricordo che Paolo fece nascere in cattività il primo falco sacro nato in Italia che però ebbe un destino triste, abbattuto da un cacciatore nel primo anno di vita. Ricordo il tentativo di riproduzione dello yarak con delle voliere da manuale! Ebbi l’occasione di conoscere anche Nino Ghia, persona semplice e di cuore con la sua pellegrina che era un orologio svizzero. In quegli anni conobbi Amedeo Arpa e gentil signora, grandi appassionati di falconeria, Nicola De Marco con cui nacque subito intesa, Aldo Miconi in freddo inverno in Friuli e… Gianpy, Del Mastro Calvetti ad un raduno in Piemonte. Non persi l’occasione di intervistarlo, non potevo credere di essere vicino ad un grande della falconeria, ad un uomo che ha vissuto la falconeria negli anni del dopoguerra, che aveva conosciuto Ernesto Coppaloni, i suoi allievi ma soprattutto Francesco Pestellini, autore di “Falconeria Moderna”. Questo libro lo considero iportante non tanto per il lato tecnico della falconeria ma per il lato spirituale se così possiamo definirlo. Traspariva l’ammirazione che l’autore aveva verso Coppaloni. Uno spirito di rispetto di riconoscenza di sincera Amicizia e rispetto inimmaginabili ai tempi odierni. Quel libro mi fece sognare e lo custodisco con gelosia. Tartassai Giampi di domande sulla cattura dei falchi (consentita a quei tempi), su Coppaloni, sul Circolo Falconieri di Torino e mostrò sempre una cordialità squisita.
Non so… in quegli anni era tutto magico… era una continua scoperta.. Non c’era internet, pagavamo i falchi in marchi tedeschi e c’era il telefono o le lettere per comunicare a distanza ma, vi garantisco, il fascino era diverso. Non sapevamo come riprodurre i rapaci ma ci provavamo, non sapevamo come imprintarli correttamente ma tentavamo. Ora c’è internet, tutte le informazioni sono accessibili a tutti, ci sono molti praticanti, ci sono libri in italiano, falchi nati in cattività di tutte le specie e di tutte le dimensioni.. però..non è la stessa cosa…
Federico Lavanche
Considerazioni sul falco inteso legalmente come “mezzo di caccia”
Il falco è evidentemente un animale ed evidentemente non è un’arma.
Malgrado questo indiscutibile dato di fatto, rientra nei mezzi caccia (come da art .13 della Legge quadro 157/92) senza nessun’altra specifica a riguardo e come tale è soggetto al rispetto di tutte le limitazioni formalizzate per il fucile.
Paradossalmente un falconiere dovrebbe rispettare le distanze di sicurezza da strade e case prima di lasciar andare un falco all’inseguimento di un fagiano, etc etc esattamente come se sparasse.
Partendo dall’inizio, tanto per capirci, chi vuole praticare la caccia con il falco in Italia, deve prendere il porto d’armi e saper smontare un fucile, anche se magari non ne userà mai uno, dato che utilizzerà un falco: questo perché la licenza di caccia è assolutamente vincolata al porto di fucile.
Ma poiché la legge è ” intelligente”…. nell’esame per la licenza di caccia, non si insegna a scappucciare o a gestire un falco, perché il maneggio del falco non è equiparato a quello di un’arma che potrebbe causare danni a terzi.
Allora come mai il falconiere deve rispettare regole create per le armi, se la legge stessa ammette che si stia utilizzando un animale non pericoloso per la collettività?
Non per venalità, ma per completezza di informazione, bisogna anche sapere che il falconiere, oltre che pagare annualmente il porto d’armi………., è obbligato a fare l’assicurazione per l’esercizio venatorio con costi e massimali esattamente come quelli del fucile…………..
Per quanto riguarda la conoscenza dei periodi di caccia e della specie cacciabili o protette, è sacrosanto che il falconiere debba conoscere e rispettare la legge, ma per tutto il resto, è meglio sorridere, per non pensare…………..
Un’altra chicca del nostro sistema legislativo era anche quella che un obiettore di coscienza , non potendo fare il porto d’armi, non poteva neppure andare a caccia con il falco.
Da pochi mesi, tramite l’abolizione di alcune norme relative alle limitazioni poste agli obiettori, oggi, se ha voglia di darsi da fare, l’obbiettore può far volare i falchi a caccia.
Amedeo Traverso
www.lacaccia.net
Alto e basso volo
La falconeria, per definizione, è sempre stata considerata la disciplina con la quale si giunge a catturare animali selvatici, nei loro ambienti naturali, con rapaci addestrati dall’uomo.
Negli ultimi anni i rapaci addestrati sono stati utilizzati anche in situazioni di caccia simulata, su prede meccaniche o simulacri, ma resta il fatto che la massima espressione della falconeria rimane da sempre la caccia su prede selvatiche.
Come in ogni tipo di attività venatoria, prima di parlare del mezzo con cui si caccia, in questo caso il rapace, bisogna considerare il tipo di territorio e di selvaggina che si vuole insidiare.
Non a caso i falchi da caccia si dividono in due categorie ben distinte: i falchi di Alto Volo e quelli di Basso Volo. I primi sono i cosiddetti “falconi ad ali lunghe” cioè: Pellegrini, Sacri, Lanari, Girfalchi, falchi della Prateria ecc. si utilizzano per le ampie distese di pianura soltanto su volatili (salvo casi particolari), i secondi quelli ad “ali corte”: Astori, Sparvieri, falchi di Cooper, falchi di Harry ecc. possono volare anche nel bosco, in zone più impervie e cacciano anche mammiferi (conigli, lepri, scoiattoli etc).
La differenza fra le due categorie è indicata dalla loro morfologia e dalle loro innate propensioni venatorie.
I falconi d’alto volo sono naturalmente inclini a volare ad una certa quota dal suolo cercando l’occasione buona per attaccare qualsiasi uccello sorvoli lo spazio sottostante. La loro tecnica d’attacco è sempre una picchiata più o meno lunga e veloce (il Pellegrino supera i 300km/h), al termine della quale c’è l’impatto con la preda.
Se l’impatto è molto violento il falcone tende a stoccare l’uccello senza trattenerlo, producendogli gravi lesioni con le unghie, lo aggancia quindi al volo, dopo una cabrata, di solito prima che tocchi terra. Se invece la picchiata si conclude con un inseguimento da dietro, di solito il falcone lega la preda in volo e la finisce poi a terra (o in volo nel caso di piccoli uccelli) spezzandogli velocemente le vertebre cervicali con il becco.
In falconeria la tecnica è sostanzialmente la stessa usata in natura, ma il falcone deve imparare a restare “centrato e alto” sul falconiere ed il cane in cerca, per poter colpire la preda che gli faranno frullare.
Questo tipo di volo fu chiamato da Federico II “volo a monte” perché i falconi, dove le condizioni ambientali lo permettono, tendono naturalmente a sfruttare le correnti ascensionali che si formano lungo le pareti dei pendii per salire più facilmente ad una buona quota.
I falconi d’alto volo sono molto efficaci nella caccia in pianura, con cani veloci e di grandi aperture, come gli inglesi, su selvaggina come starne, pernici e fagiani. Anche le anatre ed i beccaccini in zone palustri, senza cane, sono prede per i falchi ad ali lunghe.
I falchi di basso volo sono invece i predoni del bosco. Gli Astori in particolare sono vere “macchine da guerra”. In pianura, collina, in zone aperte o nel bosco, qualsiasi cosa si muova davanti a loro è potenzialmente in pericolo di vita. Il loro attacco parte sempre da un posatoio (nel caso del falconiere il suo guanto) dal quale osservano tutto ciò che si muove prima di partire per l’attacco.
Il loro volo è basso, spesso radente il terreno, sfrutta ogni naturale oggetto che li possa in qualche modo occultare alla vista della preda sino all’ultimo istante. Spesso la preda si accorge dell’astore che arriva appena una frazione di secondo prima che gli artigli le si chiudano addosso.
La forma delle ali di questi falchi è arrotondata e la loro misura piuttosto corta, da qui la definizione di “ali corte”, mentre la coda è lunga e voluminosa. Tali caratteristiche danno a questi uccelli una enorme capacità di manovra anche nel folto del bosco ed una incredibile possibilità di accelerare o frenare la loro velocità in spazi molto ridotti.
Le prede vengono legate in ogni modo, anche nei rovi più impenetrabili o nell’acqua e vengono uccise sempre con l’incredibile stretta degli artigli, mai usando il becco.
Qualsiasi cane può essere un buon ausiliare, purchè venga ben accettato dall’astore, altrimenti potrebbe assaggiarne le unghie. Fra i falchi ad ali corte soltanto lo Sparviere è esclusivamente ornitofago, gli altri catturano ogni animale il cui peso sia compreso fra i pochi grammi di un passero ed i quattro o più chili della lepre.
Le potenzialità di predazione dei rapaci sono grandissime, ma in falconeria si riducono parecchio, perché quasi sempre il compromesso di dover cacciare con l’uomo e di poter essere recuperati, limita le naturali situazioni che un falco sfrutterebbe se cacciasse per conto proprio in natura.
Far carniere con i falchi non è facile, le percentuali di cattura sono molto inferiori a quelle della classica caccia con il fucile, inoltre il coordinamento fra il cane ed il falco è un ulteriore difficoltà che si presenta, ma basta provare una volta per capire che ne vale la pena.
Amedeo Traverso
www.lacaccia.net
La storia recente: la falconeria e la sua regolamentazione legale
I discorsi storici e filosofici intorno all’arte della Falconeria sono d’obbligo, ma in concreto, nella storia degli ultimi decenni il primo problema di chi si accosta alla falconeria è di non andare oltre la legge, poiché com’è noto tutti i rapaci diurni sono protetti da regole che partono dalla legislazione internazionale ed arrivano alla normativa delle ASL locali.
Per dirla tutta, i rapaci diurni sono stati oggetto di tutela da parte dei sovrani di tutte le epoche sino al XIX secolo, per motivi non tanto animalisti o ornitologici, quanto egoisti e commerciali.
Poi sono diventati animali “nocivi” e oggetto di sterminio da parte di tutti, poi vittime dei veleni che nel dopoguerra sono stati indiscriminatamente sparsi su ogni tipo di coltura agricola ed infine protagonisti di una protezione ferrea e totale da parte di leggi che punivano con il carcere o altissime ammende che li uccideva, catturava, deteneva ed addirittura li “disturbava” semplicemente osservandoli troppo insistentemente! Dalle stelle alle stalle ed infine in Paradiso!
Alla faccia dell’auspicabile equilibrio che la giurisprudenza dovrebbe generalmente avere.
Per cui se nel 1890 un cacciatore uccideva un falcone, lo esibiva con orgoglio ed era un benefattore, nel 1990 per la stessa uccisione sarebbe andato in galera come l’ultimo dei delinquenti.
Naturalmente i falconieri hanno sempre protetto i rapaci, come minimo per interesse di categoria…, ma dal proteggere un animale ad incarcerare chi non lo fa… ne passano di ragioni.
Potenza del Diritto e del protezionismo ambientale moderno.
I falconieri, fino agli anni ’70, hanno prelevato dalla natura i loro falconi ed in tempi passati l’abilità nella cattura di uccelli da preda integri e perfetti nel piumaggio, era considerata una caratteristica fondamentale del bravo falconiere.
Le leggi di protezione, legittime dal punto di vista della conservazione delle specie, hanno stimolato la strada della riproduzione in cattività ed hanno aperto una nuova era della falconeria moderna.
Negli anni settanta la quasi scomparsa del Falco peregrinus anatum dall’America del Nord, a causa dei pesticidi, fece nascere un movimento di naturalisti e falconieri il cui scopo fu quello di riprodurre in cattività e reintrodurre in natura i falconi in pericolo di estinzione.
Si chiamò Peregrine Fund ed ancora oggi esiste ed opera monitoraggi scientifici sulla popolazione selvatica del pellegrino in tutto il Mondo, in collaborazione con le Università di molti paesi.
I falconieri nord americani ed europei collaborarono strettamente e salvarono la specie dalla scomparsa nel continente americano.
Oggi il falco pellegrino è stato depennato in America dall’elenco delle specie a rischio e, sotto controllo dello Stato e con particolari permessi, è concessa la sua cattura a Falconieri riconosciuti dal governo.
In Europa le associazioni animaliste e protezioniste hanno sempre strumentalizzato il fatto che i falconieri catturassero i rapaci diurni e lo hanno spesso usato per dare un senso alla loro stessa utilità ed esistenza, ma in realtà alle centinaia di farneticanti denunce verso fantasmagorici “ladri” di nidiacei, negli ultimi 30 anni non sono state dimostrate illegalità commesse da falconieri, poiché nella quasi totalità dei casi si trattava di pregiudizi ideologici.
Da decenni i falconieri acquistano i loro uccelli da allevatori regolarmente autorizzati ed in conformità alla Convenzione di Washington (CITES) che regolamenta il commercio delle specie protette nel Mondo. Il mercato propone spese adeguate a tutte le tasche ed i favolosi prezzi che una volta venivano pagati per i falchi più rari, oggi sono soltanto un ricordo.
I falchi sono nati in cattività da diverse generazioni e possono essere meglio condizionati dal contatto con l’uomo.
Paradossalmente nessun falconiere di oggi sarebbe ritenuto tale da Federico II di Svevia, in quanto incapace di catturare ed addestrare autonomamente un falcone selvatico.
Ormai soltanto falconieri di una certa età possono ricordare di aver addestrato falchi “selvatici” durante la loro gioventù, ma non rimpiangono le difficoltà affrontate.
Sinceramente bisogna ammettere che l’addestramento dei falchi nati in voliera e le loro prestazioni di volo sono cose molto differenti rispetto al maneggiamento dei falchi nati in natura e magari catturati adulti, ma i tempi della vita moderna e le normative sulla gestione della caccia di oggi non potrebbero essere compatibili con la falconeria dei secoli scorsi.
In Europa, con varie sfumature da un paese all’altro, generalmente per praticare la falconeria intesa come caccia con il falco, è indispensabile essere muniti della licenza di caccia.
In Italia La legge quadro 157/92 sulla gestione della fauna selvatica e del suo prelievo, prevede che il falco sia una dei mezzi di caccia consentiti, insieme all’arco ed, ovviamente, al fucile.
Detenere un falco, senza farlo volare, è ammesso dalla legge se il falco è regolarmente acquistato da un allevamento autorizzato, secondo la regolamentazione della CITES.
La deontologia della Falconeria, non prevede che un nobile falcone passi la vita appollaiato su un trespolo alla stregua di un pappagallo (senza voler togliere nulla ai simpatici cugini variopinti…), comunque se qualcuno volesse possedere semplicemente un falco, non avrebbe bisogno di licenza di caccia, così come coloro che collezionano armi, non devono necessariamente avere il porto d’armi, ma personalmente così come non riuscirei a tenere chiuso in una vetrina una doppietta Holland & Holland per guardarla soltanto… allo stesso modo ritengo che i falchi siano fatti per volare.
Entrare nel dettaglio delle leggi è un durissimo percorso, perché i decreti internazionali, europei, italiani, le leggi regionali, quelli provinciali e le normative sanitarie locali che dovremmo citare ed analizzare ci occuperebbero troppo spazio e tempo… Per chi volesse concretamente provare a mettere il piede all’interno della falconeria, il consiglio è quello di rivolgersi a qualche associazione di falconieri ed affiancare un praticante.
Non è consigliabile il “fai date”…, si potrebbe in buona fede sconfinare nell’illecito e poichè “la legge non ammette ignoranza”, è meglio non ignorare e farsi guidare da chi conosce le regole del gioco.
Amedeo Traverso
www.lacaccia.net
Addestramento del falco
Per chi pratica la caccia con il fucile, il momento in cui il selvatico frulla davanti al cane fermo è la fine di una tensione emotivamente forte, sebbene positiva, che si concretizza con lo sparo liberatorio e la caduta o la fuga della preda.
In Falconeria c’è tutto ciò che precede lo sparo, ma il frullo corrisponde non già alla fine della tensione, ma, al contrario, all’inizio della cacciata.
L’inseguimento dà vita a lunghi minuti di caccia in cui l’uomo diventa spettatore di ciò che ha pazientemente programmato per mesi, seguendo un sottile filo conduttore fra la sua volontà e la naturale attitudine alla predazione dei due suoi animali, il cane ed il falco.Le emozioni sono forti ed il livello di affiatamento fra i tre componenti la squadra deve essere assolutamente perfetto.
Pena: il disastro… non solo per il fallimento della cattura, che poco importerebbe, quanto per la possibile perdita del falco o addirittura della sua incolumità fisica.
Il legame fra l’uomo ed il falco, animale simbolo della indomita tendenza alla libertà, è veramente rappresentato da un immaginario filo molto sottile che si può rompere in ogni momento.
Il falco non torna dall’uomo per “amicizia” o “sottomissione”, ma soltanto per condizionamento e convenienza.
Per cui basta niente, un parametro che non si incastra alla perfezione nel condizionamento o una opportunità estemporanea, per far decidere al falco di scegliere la libertà.
Questo sottile senso di precarietà è la costante di tutti i voli ed il vero senso della fatalità della nostra vita. Ogni volo è come se fosse il primo o forse l’ultimo… ogni volta.
Come funziona il rapporto fra noi ed i nostri falchi?
Il vero motivo per cui quasi tutti coloro che diventano in seguito Falconieri si avvicinano inizialmente alla Falconeria è proprio per avere un rapporto di collaborazione con il falco.
E’ una ragione ornitofila , più che venatoria.
La caccia viene dopo ed è il passo obbligatorio per avere un rapporto equilibrato e soddisfacente con un falco.
Abituati agli animali “domestici”, parlando di addestramento di falchi, è necessario cambiare decisamente atteggiamento.
Non ci si può aspettare comportamenti che abbiano a che fare con la sfera emotiva. Niente affetto, obbedienza, fedeltà, riconoscenza.
I rapaci, a differenza degli animali addomesticati dall’uomo da secoli, vengono selezionati naturalmente soprattutto in funzione della loro selvaticità e quindi in direzione opposta a quelle della selezione umana, che privilegia i soggetti meno paurosi verso l’uomo e più propensi a farsi sottomettere.
Non sono animali “sociali”, cioè che sfruttano il branco e la collaborazione e non concepiscono la gerarchia ed il concetto di sottomissione interspecifica.
Il risultato è che il normale concetto di “addestramento” che si utilizza con i cani, i cavalli e tutti gli animali che circondano l’uomo da sempre, non funziona con i rapaci.
Punire un cane quando sbaglia, serve a fargli capire che al capo branco (l’uomo) non piace quel comportamento e lui per compiacere il padrone, modifica il suo comportamento, sottomettendosi.
Così, impara a trattenere i suoi bisogni corporali, accetta la mantellina colorata, che tanto piace alla
sua padroncina, non abbaia più, non aggredisce i gatti, sue prede naturali…, insomma diventa un pupazzo nella mani degli amati padroni.
Unico degno rappresentante della razza canina è rimasto il cane da caccia, che ancora può predare, cioè fare quello per cui è stato creato dalla natura.
E naturalmente la maggior parte di coloro che si proclamano “amici del cane”, aborrono la caccia…
Probabilmente cercano nei cani quegli amici che fra gli umani non riescono ad avere, ma chissà , se i cani potessero parlare, cosa direbbero della loro “amicizia”…
Ma torniamo ai rapaci: un rapace non si può punire.
Il rapace divide gli esseri viventi in sole tre categorie. Molto semplice.
Gli esseri viventi che si possono uccidere e mangiare, quelli che non si possono uccidere, ma non sono pericolosi e quelli pericolosi, dai quali fuggire alla vista.
Nel primo gruppo ci sono le prede, nel secondo, per esempio, le mucche, pecore, etc, nel terzo i predatori più forti di lui, per esempio, l’uomo.
Il falconiere per scendere a compromessi con un rapace ha solo una possibilità: passare dalla categoria degli esseri viventi pericolosi, a quella dei non pericolosi.
Per fare questo non si può sbraitare, agitarsi o addirittura “punire”, perché anziché sottomettersi, il rapace avrebbe la conferma che noi siamo pericolosi e più forti di lui e quindi esseri da cui fuggire appena possibile.
Avremo raggiunto così l’esatto contrario dei nostri intendimenti.
Il nostro percorso deve essere capace di convincere il falco che, tramite determinate attività vissute insieme a noi, gli sarà molto più semplice nutrirsi, cioè cacciare.
Bisogna perciò iniziare ad addestrare il falco facendogli capire che non possiamo fargli alcun male, anzi, che gli procuriamo il cibo con estrema facilità.
Quando il falco si convincerà che la nostra presenza significa facile cibo, cercherà di frequentarci il più possibile.
Facile, no?
Assolutamente si, se non ci fossero quelle fastidiose centinaia di eccezioni dovute alla differenza di psiche di ogni falco e di ogni falconiere, a complicare le cose…
Ci sono bellissimi (ed anche numerosi) manuali di falconeria, che descrivono dettagliatamente tutte la mansioni e le metodologie di addestramento. Svelano anche i trucchi… per cui non dovrebbero esserci problemi, seguendo le righe. Ma non è così, altrimenti perché avrebbero definito la Falconeria un’arte?
Allora, a prescindere dal come farlo, il risultato finale dell’addestramento deve essere che il falco deve inseguire e catturare, ma anche tornare correttamente dal falconiere in caso di mancata cattura. E questo avviene soltanto quando il falco acquisisce piena fiducia verso il falconiere, altrimenti fugge e torna selvatico.
Sembra banale, ma …
Qualcuno chiede a volte se il falco “riporta”….
Naturalmente, il falco porta la preda alla sua compagna, come offerta… quando lei gli dà qualcosa in cambio… qualcosa che noi non abbiamo… per cui: niente riporto… quando prende, mangia e possibilmente non vuole nessuno in giro a rompergli le scatole.
Possiamo fare uno scambio… noi diamo una parte di preda a lui ed il resto ce lo teniamo…
Mi pare corretto… un rapporto da pari a pari, nessun padrone, nessun servo…
Addestrare i falchi alla caccia: considerazioni
In realtà il termine “addestrare” non è proprio che calzi a pennello, perché rendere “destro,” cioè “capace”, un animale a fare qualcosa che è già nella sua natura, è un po’ come insegnare a nuotare ad una rana.
Forse sarebbe meglio dire “condizionare i falchi al falconiere”. Nessuno può “insegnare ” o “addestrare” un falco alla caccia meglio di quanto i suoi geni abbiano già fatto.
Il falconiere deve far capire al falco che non è pericoloso stare vicino a lui e che anzi può diventare conveniente sfruttarlo per cacciare più facilmente.
Sia praticando la caccia con falchi di alto volo, che con quelli di basso volo, il risultato finale del condizionamento, prima di andare a caccia insieme, è quello di convincere il falco che stando intorno al falconiere prima o poi salterà fuori una possibile e più facile preda.
Se la catturerà, potrà cibarsi della preda oppure di un compenso offertogli dal falconiere, se invece
non sarà possibile catturarla, il falco può sempre contare sul premio di consolazione tornando verso il falconiere.
Il tutto nell’armonia di una squadra (non dimentichiamo il cane, che deve essere interpretato dal falco come un fondamentale elemento) che senza competizione, ma in collaborazione, tende soltanto all’obbiettivo della cattura della preda.
Naturalmente mentre l’uomo ed il cane collaborano sapendo di farlo perché concepiscono il concetto di “branco”, il falco semplicemente li sfrutta come le cornacchie sfruttano i trattori che arando estraggono i vermi dal terreno.
Per cui mentre il cane riporta la preda al padrone per sottomissione, il falco cattura, uccide e si nutre.
Anzi possibilmente cerca di coprire e proteggere la preda da chiunque ed è necessario utilizzare particolare attenzione nel levargliela, sostituendola con un premio di cibo alternativo, per non incrementare la sua tendenza a volare via per non farsela “rubare” dai compagni di caccia.
La prima fase di rapporto con un falco preso dalla voliera dove è nato e che non ha mai avuto contatti con l’uomo, ha come obbiettivo finale di riuscire a convincerlo che stare posato sul guanto del falconiere, vicino al suo viso e farsi toccare dalla sua mano nuda, non è una cosa pericolosa e negativa.
L’uomo è percepito geneticamente come nemico molto pericoloso e vederselo a 20 cm di distanza stimola un irrefrenabile istinto alla fuga. Ma le stringhe di cuoio (chiamiamole “geti”) che tengono le zampe del falco attaccate al guanto, lo fanno tornare sempre al punto di partenza.
Per evitare che lo stress diventi pericoloso, è necessario che prima di cominciare a tenerlo sul pugno, il falco abbia la mente interessata da qualcosa che lo distragga dall’uomo, così da sentirsi meno impaurito. La cosa che più riempie i pensieri di qualsiasi essere vivente (uomo compreso), nel momento in cui manca, è il cibo.
I rapaci più aggressivi verso le prede sono quelli che hanno il metabolismo più veloce e naturalmente sono quelli che l’uomo utilizza di più a caccia. Avere il metabolismo “veloce” per un rapace, come per esempio la femmina di sparviere, vuol dire pesare 280 grammi e mangiare dai 50 gr di carne d’estate, fino ai 90 d’inverno, tutti i giorni, per essere in forma.
E’ facilmente intuibile, come la sua mente sia molto occupata dalla ricerca del cibo perché per fare 90 grammi di piccoli passeriformi (tipo passeri) è necessario catturarne un po’ più di uno… e dato che non tutti gli inseguimenti si concludono in una cattura, ne consegue che le sue giornate siano piuttosto movimentate.
Diminuire la ciccia ad un cane (che ha una digestione lenta ed un metabolismo proporzionato), lo rende molto più attivo e recettivo verso i richiami del padrone e verso la ricerca della selvaggina; diminuire la razione giornaliera ad un falco decuplica la sua attenzione verso il cibo, diminuendo di conseguenza la sua attenzione alle altre situazioni esterne, come la paura per la presenza dell’uomo.
Per cui in falco con un buon appetito tenderà a presentarsi come più “calmo” verso l’uomo, ma anche più pronto e deciso verso le prede.
Offrire cibo sul guanto ad un falco e farglielo consumare ripetutamente ogni giorno senza dargli conseguenze negative, lo convince pian piano che tutto sommato quel nemico potenziale che era il falconiere, può diventare fonte di facile nutrizione, senza effetti collaterali controproducenti.
Dopo qualche giorno il falco si tranquillizzerà senza aver bisogno di sentire lo stimolo dell’appetito.
La fase iniziale del buon rapporto con il falconiere è fondamentale soprattutto per i falchi di basso volo, che si utilizzano a caccia senza cappuccio, seguendo l’azione del cane a vista, tenuti sul guanto per ore.
Questi falchi (astori, sparvieri , falchi di Harris etc) devono abituarsi a stare rilassati a stretto contatto con l’uomo, concentrandosi esclusivamente sull’azione di caccia. I falchi d’alto volo, si portano sul guanto incappucciati e si scappucciano sul campo.
Si involano dal guanto alzandosi il più velocemente possibile per raggiungere una quota utile per la picchiata e hanno meno problemi di contatto ravvicinato con il falconiere, ma di contro hanno la possibilità di allontanarsi molto essendo completamente liberi e devono avere un ottimo senso del collegamento con il cane e l’azione di caccia.
La seconda fase riguarda il ritorno del falco al richiamo del falconiere. E’ anche questa fase molto legata al condizionamento.
Dopo avere raggiunto un buon rapporto fra il falco ed il suo “posatoio umano”, cioè il guanto, è indispensabile abituarlo a raggiungere in cibo offerto dal falconiere da distanze sempre maggiori.
Il condizionamento è completo se al richiamo visivo del cibo, il falco associa un richiamo acustico, di solito il fischietto usato in cinofilia, e vola velocemente verso il falconiere non appena viene richiamato.
Oltre che sul guanto, il cibo viene offerto al falco anche su un oggetto di cuoio, di solito guarnito di un paio di ali essiccate di uccelli che possono essere preda del falco (fagiano, piccione, cornacchia etc) che si chiama “logoro”.
Il logoro è l’attrezzo fondamentale per il falconiere, soprattutto per i falchi di alto volo.
E’ talmente importante ed talmente utilizzato che si “logora” in breve tempo… da qui il nome classico.
Mentre il guanto è tenuto fermo dal falconiere, durante il richiamo del falco, il logoro si fa roteare legandolo ad una corda lunga circa 1 metro e mezzo e, pur essendo assolutamente chiaro al falco che non si tratta di un uccello vero, la sua attrattiva è notevolmente superiore.
La terza fase riguarda il condizionamento del falco con l’azione di caccia.
Non può esserci altro modo per affrontare questa parte della falconeria, che non sia l’andare a caccia. Si può cominciare a fare vedere qualcosa al falco rilasciando prede gabbiamole, allo stesso modo in cui si cominciano a far incontrare le quaglie di voliera ai giovani cani da ferma, ma i rilasci “dalla borsa”, il “bagging”,come dicono gli anglosassoni, non può essere troppo prolungato e facile, bisogna al più presto portare il giovane falco in situazioni di caccia reali, con lunghe ricerche ed occasioni rare e da non perdersi, che il più delle volte portano a lunghi inseguimenti senza risultato, ribattute e nuovi tentativi, sino all’agognata cattura.
In questo modo il falco entra veramente nella vera essenza della falconeria, in simbiosi con cane e falconiere.
Amedeo Traverso
www.lacaccia.net